Una strada di una città qualsiasi, un pomeriggio di primavera, il sole, tutto è apparentemente luminoso, piacevole. Poi un pensiero. Tra uno spritz e una patatina si parla, si guarda il mondo che gira intorno, sì, perché il mondo continua e continuerà a girare nonostante quel pensiero continui a martellarmi la mente e l’anima.

SUICIDIO: il male oscuro di questi anni

Una strada di una città qualsiasi, un pomeriggio di primavera, il sole, tutto è apparentemente luminoso, piacevole. Poi un pensiero. Tra uno spritz e una patatina si parla, si guarda il mondo che gira intorno, sì, perché il mondo continua e continuerà a girare nonostante quel pensiero continui a martellarmi la mente e l’anima. Ne sto parlando con un amico la cui famiglia è stata toccata da questo problema. C’è chi sorbisce un gelato, chi si scambia un bacio appassionato, chi si tiene per mano, chi ride o parla ad alta voce al cellulare, tutti ignari di quello che magari, proprio in quel momento, sta accadendo in un garage, in un bagno o in qualsiasi altro posto nascosto agli occhi di tutti. Questo pensiero è rivolto a tutti coloro che, usando la frase che ho usato io nel mio caso, hanno deciso di alzarsi dal tavolo, in parole povere di farla finita, di togliere il disturbo, in una sola parola che pochi amano pronunciare, suicidarsi.

Questo è il pensiero che mi assilla: no, non è più il suicidio, ma mentre per molti il mondo sembra girare normalmente, per qualcun altro sta per fermarsi definitivamente. Non fa differenza l’età, il sesso, questo è un male oscuro che come accadeva fino a qualche anno fa per il cancro, non deve essere nominato. Nel mio peregrinare in cerca di notizie mi sono imbattuto in qualcuno che, non so se per sbaglio o per un inconsapevole rigurgito di senso civico, si è lasciato sfuggire alcuni dati da far gelare il sangue, salvo poi dichiarare che non avrebbe mai potuto asserire nulla pubblicamente. Rispetto i timori di queste persone, anche se mi chiedo come si faccia a guardarsi allo specchio sapendo ciò che accade e tacendo. Oh, certo, c’è il timore che diffondendo le notizie dei suicidi ci sia l’effetto emulazione… allora raccontiamo ai nostri figli che l’extasi e le droghe sintetiche non esistono, anzi, non parliamogliene proprio. Torniamo a dire che la mafia non esiste, anzi, non parliamone proprio. Non credo che il tacere sia dovuto alla paura dell’effetto di emulazione, piuttosto andrei a ricercare il motivo principe di questo incremento  dei suicidi nella crisi economica esplosa nel 2008 e in scelte politiche sbagliate che hanno letteralmente sotterrato giovani come il trentenne di Pordenone che dopo l’ennesimo “no” ricevuto per un lavoro si è buttato dalla finestra, oppure come miei coetanei, over 50, che, avendo perso il lavoro, arrivano a un punto in cui l’unica scelta apparentemente sensata da fare è quella di togliersi la vita. Non lo nascondo, il pensiero ha ben più che sfiorato anche me e mi ha spalancato appunto un mondo allucinante di numeri, di ipocrisia, di omertà. Chi si è lasciato sfuggire qualche parola, era luglio 2017, mi ha riferito che la media dei suicidi è superiore all’unità giornaliera. Considerato che nella provincia di riferimento, Bologna, probabilmente la crisi ha impattato forse in maniera meno dirompente che in altre e che le province in Italia sono 110, stiamo parlando di oltre 40000 persone.

Sicuramente molti pensano che si tratti di persone caratterialmente deboli se non addirittura di vigliacchi. Certamente in mezzo a questi oltre 40000 individui ci sono pure questi profili psicologici, ma la storia ci insegna che il suicidio non è dei deboli o degli ignoranti, e la controprova l’abbiamo nell’alto numero di intellettuali, artisti o anche appartenenti alle Forze dell’Ordine (ma in questo caso si dovrebbe aprire un altro capitolo) che hanno scelto la via del suicidio perché schiacciati da un sistema che spesso non ti permette di esprimere al meglio te stesso.

Ritengo che il migliore esempio sia raccontare se stessi oppure, nei casi più sfortunati, che siano i familiari del suicida a raccontare cosa ha portato questa persona a decidere di porre fine alla propria vita, senza remore, senza vergogna. Era la fine del 2016 quando mi sono trovato in una situazione di profonda crisi esistenziale dovuta alla disoccupazione prolungata nonostante un’esperienza trentennale lavorativa. Io, fortunatamente, avevo un margine di tempo e di denaro che mi ha permesso di elaborare un piano per evitare il peggio, quindi mi sono messo a scrivere al Presidente della Repubblica e al Papa cercando aiuto. Dagli Uffici vaticani il silenzio più assoluto, dal Quirinale invece qualcosa si è mosso. Con i tempi della burocrazia, dopo una ventina di giorni sono stato contattato dall’Assessore alle Politiche Sociali del mio comune che, seppur con un patetico intervento, ha contribuito a farmi risalire la china che avevo preso. Il tempo è sicuramente la miglior medicina in questi casi e così ho capito che non dovevo stare zitto, anzi. Ho sentito che per “guarire”, dovevo darmi da fare perché questo problema dilagante emergesse. Impresa titanica, se non donchisciottesca. Ho cominciato a interpellare medici, operatori del 118, appartenenti alle Forze dell’Ordine, sacerdoti… sempre più in alto, fino ai vertici locali di una grande Istituzione non laica ben presente in Italia e nel mondo il cui rappresentante mi ha gratificato via mail, attraverso il suo segretario, con una virtuale pacca sulla spalla elogiando la mia sensibilità.

Cosa mi resta da fare? Parlare, dar voce alle vittime della crisi che ha colpito il mondo del lavoro dal 2008 attraverso le famiglie che hanno subito questi lutti. Parlare è meno devastante che premere un grilletto o annodare una corda, parlare può aiutare un collega, un amico. Parlare può salvare una o più vite. Mi rivolgo soprattutto ai dipendenti del 118, delle USL (Pronto Soccorso compresi), che tacciono perché dopo un primo interesse capiscono che parlare può mettere a repentaglio il proprio posto di lavoro e allora decidono di glissare. Per non parlare di quella già citata Istituzione che ho provato a coinvolgere in questa mia personalissima inchiesta.

Se veramente siamo una società “Civile”, non abbandoniamo a loro stessi chi si trova in difficoltà. Se veramente siamo una società “Civile” con la C maiuscola, non consideriamo vigliaccheria il togliersi la vita, soprattutto in certi casi, ma facciamo sì che il gesto di un nostro caro, perché può capitare a chiunque, ve l’assicuro, diventi d’aiuto per salvare una vita. Come io parlo della mia storia, chiedo ancora una volta a chi ha avuto esperienze simili sulla sua persona o in famiglia di non temere il giudizio sociale perché, purtroppo, il problema è dilagante tra i giovani e tra gli anziani. Una vita salvata è sempre una vittoria.

Dietro questo pensiero assillante c’è un numero talmente alto che mi opprime, mi fa paura, nonostante sia allo stesso tempo il viatico che mi dà il coraggio di scrivere questo articolo.

Scritto: Francesco Curreri

Verba volant, scripta manent I libri trasmettono il sapere, il sapere è la consapevolezza dell’essere.

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