Ieri era il 25 aprile 2020, anno di pandemia, ma era anche il 75° anniversario della Liberazione dell’Italia e degli italiani.

25 aprile 2020: 75 anni di Storia o di storia?

Ieri era il 25 aprile 2020, anno di pandemia, ma era anche il 75° anniversario della Liberazione dell’Italia e degli italiani. Una festa che dovrebbe unire tutti, perché se adesso anche io sono qui a scrivere, seppur con tutte le discussioni che si potrebbero aprire sulla libertà di stampa e di opinione, vuol dire che abbiamo conquistato per lo meno un certo grado di libertà impensabile prima di quella data (simbolica, non storica).

Chi mi conosce sa che sono amante della Storia, quella vera, non quella faziosa. Chi mi conosce sa che, nonostante tutto, anche io ho le mie opinioni Politiche, ma sa anche che non tutelerò mai una parte politica anche se si tratta di quella per cui simpatizzo. Se avete notato l’uso delle maiuscole e delle minuscole, sappiate che non è un caso.

Viviamo in una società miope e che quindi, non vedendo, necessita di usare delle etichette colorate… abbiamo il classico, il nero e il rosso, quindi la nuova collezione, il giallo e il verde. Dimenticavo, per diversi anni c’è stato anche l’azzurro, oggi fuori moda e identificato come blu scuro tendente al nero. Qualcuno si ricorda del semplice esperimento che prevedeva un disco con diversi settori colorati e che, facendolo girare velocemente come una girandola, diventava miracolosamente bianco? Quella è l’etichetta che per decenni ha accomunato la maggior parte dei politici (rigorosamente in minuscolo e non solo per quelli di oggi), credevamo che la girandola fosse composta da i soli due colori classici, ma, da quando si è fermata, abbiamo visto che di bianco c’era poco.

Ma torniamo a noi, a questo 25 aprile, alla Liberazione. Nella miopia diffusa in quest’Italia, se sei antifascista, sei comunista; se hai dei dubbi sul comportamento di alcuni partigiani, sei fascista (se va bene, se va male nazifascista); se osi dire che “non sopporti” questa festa sei da mettere al muro e fucilato… ops, non mi ricorda molto un principio democratico però. Personalmente ritengo che la Storia debba essere letta sì col cuore, ma soprattutto con la mente aperta. Ho ricevuto una lettera da un amico il cui padre, oggi ottantacinquenne, ha voluto scrivere per lasciare memoria di una parte a cui solo in questi ultimi anni, almeno qui in Italia, si comincia a dar voce: non sto parlando dei fautori del ritorno del fascismo, sto parlando di quelle persone che sì, per il fascismo hanno lavorato, ma che, rubando una parola alla lettera, jeran anca dei galantomen. Ricorderò sempre la visita al museo di Caen, il museo dello sbarco. È un Museo vero, perché tratta la Storia come deve essere trattata. Ricorderò sempre le lettere scritte ai familiari dai soldati delle truppe alleate che si preparavano allo sbarco e dai soldati della Wehrmacht che invece si preparavano a riceverlo, sapendo, in entrambi i casi, che la possibilità di morire era altissima. Se vi capita di andarci, o tornarci, leggetele attraverso la traduzione, non in lingua originale: dicono la stessa cosa. Questo è il monito vero. La Festa della Liberazione dovrebbe essere un monito contro la guerra, non contro il pensiero. Ma la Storia noi non la sappiamo leggere, siamo bravi solo a leggere la storia, altrimenti come si spiegherebbe il continuo susseguirsi di conflitti che a macchia di leopardo affliggono il mondo in attesa di ripetere i più grossi errori?

Sotto la lettera di Pierluigi Lenzi, bolognese, figlio di Giuseppe Lenzi, che pregherei di leggere senza pregiudizi, ma pensando a chi l’ha scritta, cioè un figlio che quel padre l’ha perso. Se amate la Storia, non etichettatela, leggetela col cuore e con la mente aperta.

Francesco Curreri © 26/04/2020

Prima di morire (ho 85 anni) sento il dovere e l’onore di raccontare anche un’altra verità su quei giorni. 

Il nostro paese sarà uscito dalla guerra civile (sono passati 75 anni) solo dopo che avrà fatto VERITA’: solo sapendo che sono successe anche cose diverse dalla storia che ha fatto comodo politicamente raccontare, solo nella consapevolezza che ci sono stati galantuomini e martiri in entrambi gli schieramenti, solo così potranno essere autentici e credibili i valori di libertà, democrazia, giustizia sui cui si fonda il paese. 

ANNIVERSARIO E COMMEMORAZIONE DEL 25 APRILE 1945 

Fra poco quelli della mia generazione non potranno più testimoniare cosa accadde a Bologna nei giorni della liberazione, ma rimarrà solo la storia tramandata, scritta dai vincitori, come è sempre successo…

La liberazione è stata anche (non solo ovviamente) occasione di eliminazione dei nemici “borghesi” ad opera di partigiani comunisti, per sostituire la classe dirigente e fare la “rivoluzione”: a Bologna e dintorni commisero innumerevoli omicidi che devono essere ricordati. Certa stampa li definì “incresciosi incidenti”, ma spesso erano preordinati perché esistevano elenchi delle persone da eliminare nelle cellule comuniste.

Furono uccisi il direttore dell’azienda del Gas, l’Ing. Cuno della Timo, Edoardo Weber, grande inventore e capitano di industria, che fu sequestrato in fabbrica e mai ritrovato (alla Certosa nella tomba fatta costruire dalla moglie, Signora Bolelli, c’è solo lei!). 

I tre fratelli Ducati, Bruno, Adriano e Marcello erano già stati spinti da alcuni partigiani contro il muro del cortile della loro fabbrica per essere fucilati quando entrò casualmente (per chiedere una informazione) un camion di militari polacchi… che li salvarono. La Ducati era l’industria più grande di Bologna, con ottomila dipendenti, mensa aziendale e asilo nido interno (fatto eccezionale per l’epoca). I fratelli Ducati a loro spese avevano fatto prolungare fino a Borgo Panigale le rotaie del tram che erano ai due lati della via Emilia. Per invidia, stupidità e non si capisce per quale altro demerito, politica e banche non finanziarono la ricostruzione dello stabilimento (spesa anticipata dai Ducati per poter ricominciare prima possibile a lavorare!), che era stato gravemente danneggiato dai bombardamenti. Non furono riconosciuti i danni di guerra, con conseguente fallimento e smembramento dei vari settori di produzione: condensatori, valvole, ottica, macchine fotografiche (microcamera Ducati), radio, citofoni, calcolatrici (Duconta), rasoi elettrici, meccanica, strumenti di misura…

Adriano Ducati era uno scienziato, un progettista geniale, lasciò Bologna, andò negli Stati Uniti, richiesto da Von Braun come collaboratore per realizzare il vettore che doveva andare sulla luna che poi raggiunsero.

Ai più giovani è difficile far capire il clima di vendetta mortale che si era creato: un amico più grande di me, si chiamava Goberti, giocava a rugby e lavorava alla Weber, partì volontario per l’Africa e fu uno dei pochi superstiti di Bir El Gobi (“mancò la fortuna, non l’ onore!”), fu rimpatriato e ritornò al lavoro. Per un mese lo minacciarono di morte, quando alla sera sarebbe uscito per tornare a casa… poi per fortuna col passare del tempo fu ristabilita un po’ di legalità.

 

Mio padre Ing. Giuseppe Lenzi era il Direttore dell’Istituto Autonomo Case Popolari. Fu sequestrato il 24 aprile pomeriggio in ufficio da due partigiani (inquilini) armati di mitra con un ordine di comparizione del Comando 7 Gap. L’ Istituto era in via Santa Margherita 2: fu condotto attraversando il centro di Bologna in via Magarotti (ora via de’ Bersaglieri), alla fine del portico dei Servi. Ho fatto mentalmente tante volte quel tragitto: piazza Celestini, via D’Azeglio, piazza Maggiore davanti a San Petronio, portico del Pavaglione, via Rizzoli, due Torri, Strada Maggiore. Ricordo che quelle poche volte che sono uscito con mio padre lo salutavano tutti, quindi in quella occasione lo videro sicuramente decine di persone. Lo seguì a distanza un collega dell’ufficio tecnico: riferì a mia madre che entrarono in caserma. Fu trovato ucciso il giorno dopo in via Scandellara con l’Ispettore dell’Istituto Bruno Domenichini, l’impiegata Ester Verdelli e l’assistente Luigi Scanabissi e altri tre irriconoscibili. Rubarono a mio padre l’orologio Longines (di acciaio!), il vestito (rivoltato!) e le scarpe: il bottino dei briganti! La città gli doveva molto: aveva formato una squadra di lavoratori entusiasti e l’Istituto dal 1930 ai primi del 40 riuscì a costruire 129 fabbricati in via Casarini, via Malvasia, via dello Scalo, via Pier Crescenzi, alla Bolognina, le Popolarissime di via Libia (la Cirenaica), tutto il villaggio di case bianche in via ora Irma Bandiera angolo via Andrea Costa (già Duca d’ Aosta) in un solo anno… pochissimi erano rimasti senza un tetto! Ma chi non aveva più diritto alla casa popolare, salvo i casi pietosi previsti dall’Istituto, o chi non rispettava le regole della civile convivenza, veniva mandato via…

Spararono a mio padre appoggiandogli la canna di un’arma vicino al naso. Il proiettile provocò un foro di uscita con sfondamento della calotta cranica, che vidi molti anni dopo quando fu eseguita la riduzione dei resti.    

Aveva un carattere intransigente con se stesso e probabilmente pretendeva molto dagli altri. Ricordo di aver giocato con lui, come avrei voluto, poche volte: non ha mai fatto le ferie, tornava tardi la sera (ma io ero già a letto) e usciva presto la mattina. Non avevamo una casa nostra, ma eravamo in affitto da un privato: perché non si potesse neanche pensare che si fosse approfittato della sua posizione… cose che oggi fanno quasi sorridere nella loro onestissima follia… Mia madre non percepì alcuna pensione dopo la sua morte, perché il babbo non aveva maturato l’anzianità, né si era messo in tasca nulla oltre lo stipendio… doveva essere così…

Mio padre aveva 43 anni, si era laureato a 23 col massimo dei voti. Andò a lavorare per cinque anni a Genova presso l’impresa Assereto Schmidt, specializzata in costruzioni in cemento armato, che ebbe l’appalto dei cementi armati del Littoriale, della piscina coperta e scoperta, all’epoca il lavoro più importante a Bologna. Poi per rimanere a Bologna partecipò e vinse il concorso per la direzione tecnica dell’Istituto Case Popolari e a 30 anni fu nominato Direttore Generale. Probabilmente non capì perché dopo aver lavorato tanto e bene potesse essere ucciso da un cialtrone: era irrazionale e assurdo!

Memorie spaventose mi ritornano incancellabili alla mente: l’immagine della montagna di casse di tutti i morti ammazzati, anche fuori nel cortile dell’Istituto di Medicina Legale in via Irnerio e sul marciapiedi, perché dentro non c’era più posto!… il puzzo di morto e di creosoto…

Una donna che si chiamava Cesira, comunista, che veniva ad aiutare quando si faceva il bucato, saputa la fine che aveva fatto mio padre, confidò a mia madre di aver saputo che il nome di mio padre era incluso in una lista di persone da eliminare in una cellula di via San Vitale e di aver commentato loro “avi mazzé un galantomen”… e di essere andata a San Luca…

Dopo l’uccisione di mio padre molti non ci salutavano più… forse per paura, perché compromettente… si provava una sensazione dolorosa indescrivibile…

Nella disperazione di mia madre (ammalata da tempo morì pochi anni dopo, nel 1951) si riconobbero i veri amici: in particolare ci aiutò l’Ing. Mario Agnoli, amico di mio padre e ultimo podestà di Bologna, che mi presentò per un lavoro (avevo 16 anni e non sapevo fare molto) presso una industria locale… riuscimmo a sopravvivere solo nella consapevolezza di essere profondamente delle persone per bene e di non aver nulla di cui vergognarci.

Pochi sanno che l’ Ing. Agnoli, padre Acerbi (domenicano), il cardinale Nasalli Rocca ottennero nel 1944 dal generale Kesserling del comando tedesco la dichiarazione di Bologna Città Ospedaliera, per aver realizzato entro le Vecchie Mura moltissimi ospedali: tale accordo fu rispettato sia dai tedeschi che dagli americani, che non bombardarono più la città, salvaguardando così molte vite e monumenti… una ventina di anni fa, in occasione dell’ anniversario dell’entrata dei polacchi a Bologna, è stata scoperta una lapide nel convento di San Domenico che ricorda questo pregevole avvenimento, poco riportato dai giornali, che riconosceva dopo tanti anni che anche tra i fascisti c’erano delle persone per bene… 

Pierluigi Lenzi

Scritto: Francesco Curreri

Verba volant, scripta manent I libri trasmettono il sapere, il sapere è la consapevolezza dell’essere.

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